Dal PIL al FIL per migliorare la qualità della vita

Ogni giorno dai telegiornali – ormai veri e propri bollettini di guerra – ci giungono dati allarmanti relativi all’economia del nostro Paese. Anche i nostri politici ed i guru dell’economia – che affollano gli studi televisivi – si fanno interpreti del benessere sociale sulla base dell’aumento o della diminuzione del PIL. Il PIL (Prodotto Interno Lordo) – termine ormai acquisito nel linguaggio comune – è un indicatore di ricchezza che un Paese è in grado di produrre: corrisponde alla somma totale dei beni e dei servizi che si producono per essere consumati all’interno di uno Stato. Mentre il PIL pro capite (che si ottiene dividendo il PIL per la popolazione) fornisce una misura del benessere medio dei cittadini.

Ma il PIL misura il benessere della società in termini del 3% come vuole Maastricht ed esclude dal calcolo i pilastri fondamentali al benessere sociale che contribuiscono pesantemente alla crisi in corso: la qualità dell’ambiente, la tutela della salute, le garanzie di accesso all’istruzione. Il calcolo del PIL – così come viene concepito – ha infatti innescato gli effetti degenerativi di una competizione spregiudicata cui il sistema attuale è affetto: spinge a vivere l’uno in opposizione all’altro generando diffidenze, sospetti, egoismi, aggressività. L’altro diventa “il nemico da abbattere” venendo meno ai principi fondamentali etico-spirituali per una convivenza civile e per la salvaguardia del significato più alto dell’esistenza umana.

“Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” affermava nel 1968 Robert Kennedy nel suo discorso durissimo sul prodotto interno lordo tre mesi prima di cadere vittima di un attentato a Los Angeles. Oggi, esattamente 49 anni dopo, ci si interroga ancora sull’opportunità di affidare al PIL la misura del benessere della società in cui viviamo. Viviamo senza dubbio in un mondo in cui le persone sembra abbiano perso la loro identità spirituale perché in cerca unicamente del benessere materiale. In controtendenza è il Bhutan (un piccolo Stato nel cuore dell’Asia) che può divenire per noi un modello da cui trarre ispirazione.

Il PIL è stato sostituito dal FIL (indice di Felicità Interna Lorda) che trae ispirazione dalla filosofia buddista e pone la persona al centro dello sviluppo. Tshoki Zangmo del Centro Studi Nazionale del Bhutan spiega il calcolo dell’indice di felicità lorda e come il benessere dei cittadini guidi le politiche del Governo. Riconosce innanzitutto che l’individuo – oltre ai bisogni di tipo materiale – ha necessità di carattere etico-spirituale. Il miglioramento degli standard di vita deve comprendere il benessere interiore, i valori culturali e la protezione dell’ambiente. Mentre lo sviluppo deve puntare ad aumentare la felicità delle persone piuttosto che la crescita economica. Appare evidente come il Bhutan – secondo i parametri occidentali basati sul PIL – risulti essere una delle nazioni più povere della terra.

In realtà nel Bhutan nessuno muore di fame, non esistono i mendicanti, né criminalità. Il 90% della popolazione ha accesso gratis alla sanità ed all’istruzione pubblica. In questi termini si è espresso anche l’ONU in quanto riconosce che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità. Stimola gli Stati e le organizzazioni ad un approccio più inclusivo, equo, equilibrato e ad una crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità ed il benessere di tutte le persone.”

Uno studio dell’Università della Nuova Zelanda, pubblicato sulla rivista “The Journal of Positive Psychology” rivela come la felicità possa risiedere in attività semplici, creative, rilassanti come scrivere poesie o canzoni, lavorare a maglia, dedicarsi al giardinaggio, ecc. I parametri di qualità della vita sono al centro del rapporto mondiale 2016 “World Happiness” che classifica 157 Paesi. La Danimarca ha battuto la Svizzera posizionandosi al primo posto mentre l’Italia è fra gli ultimi posti preceduta da Uzbekistan, Nicaragua, Malesia dove si registra il maggiore calo della felicità. Nel rapporto “World Happiness” Report 2017 – per il secondo anno consecutivo – l’Italia si posiziona solo al 50° posto mentre la Norvegia è al primo posto nella classifica della felicità seguita da Danimarca, Islanda, Svizzera e Finlandia.

Anche Roma per una settimana è stata capitale degli studi sul benessere. All’interno delle iniziative della “Happiness Conference 2016” lo studio è stato presentato presso il centro convegni della Banca d’Italia. Alla stesura del Rapporto hanno contribuito le Università Tor Vergata e Lumsa. Lo studio individua sei variabili in grado di intercettare il 75% delle differenze di felicità tra gli abitanti del pianeta. Misura inoltre le diseguaglianze di felicità, la variazione delle diseguaglianze ed il loro rapporto con la felicità individuale.

«Chi punta solo sul Pil rischia di avere brutte sorprese – spiega Leonardo Becchetti, tra gli organizzatori della Conferenza – le recenti elezioni irlandesi, in cui il governo è stato sonoramente sconfitto nonostante una crescita sulla carta del 7%, lo dimostrano chiaramente. La soddisfazione di vita è una misura sintetica a cui la politica e i media dovrebbero fare particolare attenzione, perché in grado di catturare tutti i fattori che incidono sulla soddisfazione dei cittadini».

“E’ molto importante – dichiara Luigino Bruni docente della LUMSA (Dipartimento: Scienze economiche, politiche e delle lingue moderne) – che quest’anno il Rapporto, realizzato dagli studiosi del Sustainable Development Solutions Network, venga presentato in Italia: «Tanto il nostro Paese – afferma – quanto l’Europa hanno un bisogno enorme di bene comune. L’aumento delle diseguaglianze ci sta dicendo ormai da tempo che il bene dei singoli cittadini più ricchi può crescere a scapito dei più poveri. Insomma: non si può certo essere felici da soli, perché l’economia è relazione e la felicità è una forma alta di bene comune“. A sostegno delle dichiarazioni sopra riportate la nascente disciplina“Scienza della pubblica felicità” ne studia le cause per capire meglio il benessere al fine di individuare i fattori rilevanti trascurati dalle misure tradizionali a partire dal PIL.

 

di Sabrina Parsi



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