Superga, si schianta la speranza civile dell’italia martirizzata dalla guerra

(segue dal numero precedente)

Le assise romane seguirono di pochi giorni quello che nella mente dei più è segnato come l’evento più drammatico nella storia dello sport nazionale. Erano le 17.05 del 4 maggio, ultimi minuti di volo del trimotore FIAT G-212 proveniente da Lisbona e da un incontro amichevole con il Benfica, quando l’intera squadra del Torino calcio venne cancellata su un costone della collina di Superga. Nello schianto verificatosi a fianco della Basilica edificata nel 1731 da Filippo Juvara morirono tutti, personale di bordo, calciatori, giornalisti, tecnici, dirigenti. I quattro componenti dell’equipaggio: Pierluigi Meroni, comandante, Celeste D’Incà, Celeste Biancardi ed Antonio Pangrazi. Diciotto giocatori: Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Oporto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert. I dirigenti Rinaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti ed Ippolito Civalleri. I tecnici Ernest Erbstein e Lesley Lievesley. Il fisioterapista Ottavio Cortina. Tre giornalisti, Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Luigi Cavallero della Stampa, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo. Di quel dramma, e della scomparsa del padre, scrisse a trenta anni di distanza Giorgio Tosatti, dagli anni ’60 fino al cambio di secolo firma tra le più autorevoli del giornalismo nazionale.

“Superga, trent’anni fa. Come siamo cambiati da allora. Avevo undici anni il 4 maggio 1949. Mio padre era su quell’aereo. Andai a prenderlo al giornale, come facevo quasi sempre quando rientrava da una trasferta, per tornare a casa con lui. Non c’era. “E’ morto” mi disse un usciere. Davanti alla Gazzetta del Popolo c’erano centinaia di persone, immobili, mute. Mi riaccompagnò, stavamo a due passi, il barbiere che aveva il negozio lì davanti: era amico di papà e dei giocatori granata. Mia madre era al davanzale. Quando ci vide capì e lanciò un urlo terribile: non l’ho mai dimenticato. Stette male. Rimasi tre giorni nel collegio dove studiavo, uscii soltanto per i funerali. Era una giornata splendida. Una lunga processione di automezzi portava le bare sepolte da cento e cento corone; ero molto orgoglioso che sul camion di mio padre ve ne fossero d’immense.

La città era tutta per strada: nessuno era voluto restare in casa mentre passava il Torino. Fabbriche, uffici, negozi serrati. Gente e bandiere da mezza Italia in pellegrinaggio. Ho i giornali di quei giorni, il dolore è chiuso in un cumulo di fogli ingialliti, la macchina da scrivere spezzata di mio padre, una cartolina che ci spedì da Lisbona prima di partire con le firme di tutti i granata. Il Torino fu la squadra-riscatto, l’orgogliosa reazione della nostra gioventù. Seppe interpretare la parte con furore agonistico ed una tenacia virile senza paragoni: quasi avvertisse il tumultuoso desiderio di riscossa della gente e ne traesse linfa. Erano uomini semplici, di estrazione operaia, per nulla contaminati dal divismo, buoni lavoratori come i tanti che contribuirono a rimettere in piedi un paese sepolto dalle macerie. La vita era dura, ma viverla sembrava bello e rispettarla importante: tanta ne avevano sciupata e sparsa nelle follie della guerra”.

In lutto come mezza Italia, Onesti fece parte della fila infinita che si strinse attorno alle trentuno bare fino all’atrio di Palazzo Madama, e poi nell’ultimo abbraccio a piazza del Duomo. Dinanzi a tutti, facendo largo, il vecchio Vittorio Pozzo, un padre per ciascuno dei diciotto giocatori. “Dall’alto dello scalone opposto, tutti ci segnammo, trenta ed una volta. Trentun anni ci parve, quella mezz’ora, tanto fu angosciosa”, così Carlin, il 7 maggio, su Tuttosport. Pochi giorni, e lo stadio Nazionale della Capitale assumeva la nuova titolazione dedicata al Torino. Archiviato il successo diplomatico registrato con l’organizzazione romana della sessione del CIO e con l’assegnazione alla località ampezzana dell’Olimpiade invernale del 1956 e dato il via, su proposta di Zauli, alla nascita della Rivista di Diritto Sportivo, nella stagione successiva il CONI colse un traguardo rimasto isolato nella storia del secondo dopoguerra del massimo ente sportivo nazionale. L’8 novembre 1946, il Ministro Guido Gonella aveva fatto approvare un decreto che annunciava l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole primarie e secondarie con programmi provvisori a carattere sperimentale. Furono tutt’altro che rari, a partire da quella data, i contatti tra gli uffici e le menti più aperte del polveroso dicastero della Pubblica Istruzione e la dirigenza del Comitato olimpico. Fu qualcosa più d’un esercizio intellettuale – sensibili a trecentosessanta gradi, su entrambi i fronti – impegnarsi su quanto potesse rientrare a pieno titolo in un cartello di proposizioni e di iniziative mirate alla crescita promozionale ed organizzativa dell’attività sportiva.

_(segue sul n. 36)_

 

di Augusto Frasca



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