Scienza e coscienza per un nuovo paradigma di medicina integrata

In questi ultimi anni è cresciuta considerevolmente l’attenzione verso la salute pubblica.

Tuttavia gli episodi di malasanità contribuiscono ad alimentare il senso di sfiducia e di confusione nella scelta terapeutica. Si diffonde sempre più la “LOW DOSE MEDICINE” che consente un approccio terapeutico efficace e scevro da effetti collaterali. A Roma presso l’Università “La Sapienza” si sono istituiti corsi di alta formazione per medici e chirurghi.

Il bambino di Cagli (Pesaro e Urbino) – morto per un’otite degenerata in encefalite perché curata esclusivamente con farmaci omeopatici anziché ricorrere agli antibiotici – è fra le notizie drammatiche più recenti. La tragedia – oltre a sottrarre alla famiglia un bimbo di soli 7 anni – investe moralmente e penalmente la scelta terapeutica del medico. La richiesta dei familiari della sospensione del medico dalla professione è l’epilogo più naturale e razionale della vicenda. Il rischio è che non resti un caso isolato, ma diventi un pretesto per riaccendere i riflettori sull’antica diatriba fra le terapie convenzionali e quelle complementari come l’omeopatia. Negli ultimi dieci anni i risultati della ricerca biotecnologica italiana, nel campo della farmacologia dei bassi dosaggi, hanno delineato nuove possibilità di cura per molte malattie. Inoltre hanno polarizzato l’attenzione della comunità scientifica su nuovi farmaci privi di effetti collaterali ed un nuovo paradigma medico: la LOW DOSE MEDICINE.

LA LOW DOSE MEDICINE SI FONDA SU TRE PRINCIPI GUIDA: CURA L’UOMO E NON SOLO LA MALATTIA, AGISCE SULLE CAUSE E NON SOLO SUI SINTOMI, CONSIDERA L’UOMO NELLA SUA GLOBALITÀ MENTE-CORPO E NELLA SUA INDIVIDUALITÀ.

Si tratta di un’impostazione antica e saggia che deriva dalla tradizione omeopatica. La Low Dose Medicine si è affermata nel mondo e in Italia: a Roma presso l’Università “La Sapienza” si sono istituiti corsi di alta formazione per medici e chirurghi. Il corso nasce dall’esigenza di assicurare un approccio terapeutico efficace e scevro da effetti collaterali. E’ basato su un nuovo paradigma della medicina fondato sulle più avanzate conoscenze nei campi della biologia molecolare, della fisica e della PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) e basato sulla farmacologia.

Appare evidente come la tendenza dei media a diffondere prevalentemente episodi negativi (il positivo non fa notizia!) contribuisca ad alimentare il senso di sfiducia e di confusione nell’opinione pubblica. Anche la campagna denigratoria relativa al funzionamento delle strutture pubbliche ed alla denuncia di episodi di malasanità getta ombre e dubbi sull’affidabilità delle cure convenzionali. Alimentare la conflittualità esistente fra le cure convenzionali e naturali o fra strutture pubbliche e private non consente di affrontare il problema in maniera costruttiva. In questi ultimi anni è cresciuta considerevolmente l’attenzione verso la salute pubblica. Infatti fra le innumerevoli forme di insicurezza (come la situazione economica) anche l’istituzione sanitaria – che per i cittadini ha sempre rappresentato un riferimento sicuro cui rivolgersi con fiducia – presenta segnali sempre più evidenti di crisi. La salute è il pilastro dell’equilibrio individuale e sociale: recenti statistiche, invece, segnalano da una parte cittadini che rinunciano a curarsi per effetto della crisi, mentre altri si rivolgono in larga percentuale a strutture private ed a terapie non convenzionali. Il fenomeno dunque necessita di attente riflessioni e di una visione più integrale anziché limitarsi a sterili denunce. La prima riflessione è che categorie come quelle mediche e paramediche – visto l’impegno di grande utilità e responsabilità – meriterebbero senz’altro un adeguamento economico oltre ad una formazione “umanistica” che stimoli in loro una coscienza più evoluta.

Gli scandali a ripetizione in cui vediamo coinvolti infermieri, medici, informatori farmaceutici, ecc. lo confermano. Ad aggravare di più la situazione sanitaria è la tendenza ad arroccarsi su dogmi culturali a difesa di piccoli feudi costruiti nel tempo. Il riferimento va alla problematica che si trascina da tempo relativa al riconoscimento della terapeutica naturale e dei relativi operatori. Manca in effetti una cultura più integrale del concetto di salute: ancora oggi viene vista prevalentemente come assenza di malattia. Sappiamo invece tutti, per esperienza personale, che la malattia scaturisce in ognuno di noi dal tipo di vita che conduciamo: dieta, hobby, vita sessuale, scelta del partner, situazione familiare e lavorativa, abitudini personali, obiettivi esistenziali, ecc. Per tutti questi motivi – al sopraggiungere della malattia – occorrono rimedi e tecniche diverse da utilizzare: dalla chirurgia convenzionale agli elementi naturali fino alle più avanzate conoscenze scientifiche. E’ opportuno ricordare come fin dall’antichità i popoli di tutto il mondo usavano le piante e le erbe non solo per l’alimentazione, ma anche a scopo terapeutico: attraverso metodi empirici i nostri predecessori ci hanno tramandato un patrimonio di conoscenza (piante adatte all’alimentazione e per curare le malattie).

Anche se parte di questa saggezza popolare è andata perduta, molte informazioni sono però giunte fino a noi (soprattutto dalle zone rurali). Per questo motivo numerosi rimedi fitoterapici si ritrovano sia nella medicina convenzionale, sia nella medicina naturale. La medicina naturale si basa sulla convinzione che uno stato di buona salute significa soprattutto evitare le malattie oltre ovviamente che curarle con prodotti che non contengano gli effetti collaterali (come invece accade in gran parte delle medicine convenzionali).

 

di Sabrina Parsi




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