I 60 anni dell’Unione Europea celebrati a Roma per evocare le radici dell’unità

Per generazioni l’Europa ha sempre rappresentato il futuro. Il tutto è partito dalla visione di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, prigionieri politici confinati dal regime fascista sull’isola di Ventotene durante la seconda guerra mondiale. Il loro manifesto Per un’Europa libera e unita prospettava un luogo in cui alleati e avversari si sarebbero riuniti per garantire che le “vecchie assurdità” dell’Europa non risorgessero più. Sessant’anni fa, mossi dal sogno di un futuro pacifico e condiviso, i membri fondatori
dell’UE hanno intrapreso un viaggio unico e ambizioso di integrazione europea. Hanno deciso di comune accordo di risolvere i conflitti attorno a un tavolo anziché sui campi di battaglia. Hanno sostituito il ricorso alle forze armate con la forza del diritto. Hanno aperto la via all’adesione di altri paesi, per riunire l’Europa e renderci più forti.

Dopo un passato travagliato, quindi, l’Europa ha conosciuto sette decenni di pace e si è trasformata in un’Unione allargata di 500 milioni di cittadini che vivono liberi in una delle economie più prospere del mondo. Le immagini delle battaglie di trincea e dei campi di Verdun, o quelle di un continente diviso dalla cortina di ferro e dal muro di Berlino, sono state sostituite da un’Unione affermatasi come modello di pace e di stabilità. Il sacrificio delle generazioni precedenti non dovrebbe mai essere dimenticato. La dignità umana, la libertà e la democrazia sono conquiste ottenute a caro prezzo, e irrinunciabili. Anche se non tutti gli europei di oggi nutrono nei confronti della pace lo stesso attaccamento dei loro genitori e dei loro nonni, questi valori fondamentali continuano a tenerci insieme. Ora l’UE è lo spazio in cui gli europei possono godere di una diversità unica di culture, idee e tradizioni in un’Unione che si estende su quattro milioni di chilometri quadrati.

È lo spazio in cui hanno stretto legami a vita con altri europei e in cui possono viaggiare, studiare e lavorare attraversando le frontiere nazionali senza cambiare moneta. È lo spazio in cui lo Stato di diritto ha sostituito la regola del pugno di ferro. È lo spazio in cui non ci si limita a parlare di uguaglianza, ma si continua a combattere per garantirla. Eppure molti europei ritengono che l’Unione sia troppo distante o che interferisca troppo nella loro vita quotidiana. Altri ne rimettono in discussione il valore aggiunto e chiedono in che modo l’Europa migliori il loro tenore di vita. Troppi europei ritengono inoltre che l’UE abbia deluso le loro aspettative quando ha dovuto far fronte alla peggiore crisi finanziaria, economica e sociale del dopoguerra.

Le sfide dell’Europa non accennano a diminuire. La nostra economia è in fase di ripresa dalla crisi finanziaria mondiale, ma con effetti ancora troppo disomogenei. Parti del nostro vicinato sono destabilizzate, e questo sta causando la crisi dei rifugiati più grave dalla seconda guerra mondiale. Attentati terroristici hanno colpito al cuore delle nostre città. Stanno emergendo nuove potenze mondiali a mano a mano che le vecchie si trovano di fronte a nuove realtà. E l’anno scorso uno dei nostri Stati membri ha votato l’uscita dall’Unione. La situazione attuale non deve necessariamente costituire un limite per il futuro dell’Europa. La costruzione dell’Unione ha spesso conosciuto crisi e false partenze. Dalla Comunità europea di difesa che non è mai decollata negli anni ‘50 agli shock valutari degli anni ‘70, passando per le adesioni mancate e i risultati negativi dei referendum degli ultimi decenni, l’Europa si è spesso trovata a un bivio e si è sempre adattata ed evoluta. Solo negli ultimi 25 anni, i trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza hanno riformato e trasformato in profondità un’Unione le cui dimensioni sono più che raddoppiate. Il trattato di Lisbona e il dibattito decennale che lo ha preceduto
hanno aperto un nuovo capitolo dell’integrazione europea il cui potenziale non è stato ancora pienamente sfruttato. Alla stregua delle generazioni che ci hanno preceduto, la nostra risposta al compito che ci attende non può essere né nostalgica né di breve periodo, ma deve basarsi su una prospettiva comune e sulla convinzione condivisa che l’unione migliorerà la situazione di ciascuno di noi.

Avv. Michele Di Cesare
Esperto a Bruxelles del CESE
(Comitato Economico Sociale Europeo)



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